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13 febbraio 2019: incontro con il prevosto e l’Architetto Luconi

Lecco, Collegio Arcivescovile Volta

PAUSA DIDATTICA: DIARIO GIORNO 3

Durante il terzo giorno di pausa didattica gli alunni hanno incontrato il Prevosto di Lecco, Don Davide Milani, e l’Architetto Luconi.

Durante la settimana di pausa per gli alunni della Scuola Secondaria di Secondo Grado sono state organizzate iniziative di educazione alla cittadinanza ed orientamento agli studi e alle professioni. Gli incontri sono un’opportunità per gli studenti di venire in contatto con figure istituzionali e professionisti che li aiutino a promuovere i propri interessi e competenze entro un orizzonte formativo più ampio, anche oltre le consuete finalità disciplinari.

Mercoledì 13 febbraio, durante la terza giornata di attività, gli alunni hanno avuto la possibilità di incontrare il Prevosto di Lecco Don Davide Milani che, dopo aver raccontato un po’ della sua vita,  ha proposto un’attenta riflessione sul tema della città. Successivamente, nell’ambito degli incontri relativi all’orientamento alle professioni, l’architetto Luconi ha raccontato come la sua scelta professionale sia stata dettata prima di tutto dalla passione.

INCONTRO CON IL PREVOSTO

Abbiamo incontrato il Prevosto di Lecco. In pochi minuti ci ha presentato la sua vita avventurosa…  Abbiamo così scoperto che, prima di diventare prete, per diversi anni ha studiato e lavorato in città, proprio qui a Lecco, ed è quindi qui, nelle nostre scuole e fabbriche, che si è fatto le ossa. Poi… ha deciso.

Diventato prete, forse anche per questa formazione concreta al contatto con la gente, si è trovato a ricoprire tanti incarichi nel mondo della comunicazione, a fianco di figure eminenti di Cardinali; la nomina ricevuta a settembre di Prevosto della città lo ha un po’ riportato a casa e rimesso in gioco proprio dove aveva cominciato. 

Che tipo di città avrà mai trovato rispetto a quella che ha lasciato anni fa? Ce lo siamo chiesti. E forse le cose che ha detto, raccontandoci di come vede la nostra città, nascono proprio da un’esperienza di questo genere.

Per capire cosa sia una città è necessario tenere conto delle persone che la abitano. Tutti i giorni siamo soliti ad utilizzare etichette di ogni tipo, ma dovremmo avere il coraggio di cominciare a dire che anzitutto in città ci sono persone. Una città non si capisce se la si seziona, ma se si impara a comprenderla tenendo conto di chi la vive. Per riuscire a leggere così la città, bisogna sapersi liberare dalla logica che ti fa cogliere tutto a partire dagli interessi: i tuoi innanzitutto, spesso contrapposti a quelli degli altri. È questa esagerazione del valore degli interessi che ci divide, ci contrappone, ci fa a fette, ci porta a dimenticare che siamo anzitutto persone destinate all’incontro. Invece di vedere l’insieme gli interessi ci obbligano a vedere una parte, e quindi le contrapposizioni che ci sono fra noi.

Mentre cerchiamo di liberarci da questa logica, dobbiamo anche pensare e rendere credibile una città come luogo dove sia possibile mostrare la propria unicità, l’originalità di ciascuno, nel rispetto degli altri. Si tratta di tornare a discutere, a parlare, esprimendo quel che si è, senza uniformarsi al pensiero di tutti, evitando le chiacchiere, il pensiero unico, quello di tutti o al momento vincente; come pure lo stare in un angolo in silenzio e tacere. Piuttosto si tratta di avere grande cura per il proprio pensare. Non ci si può far sequestrare la nostra voglia di unicità e originalità. Quando in una città ci si comincia a guardarsi anzitutto come persone e si riesce ad essere anche originali, la comunicazione diventa autentica. É così che ritorna la voglia, anche in città, di maggiore incontro e dialogo, di conoscenza dell’altro, che è sempre anche conoscenza di sé.

Molti oggi pensano che per imparare a stare insieme si tratti di realizzare “team building”, di mettere in atto strategie, magari di moda, per imparare a relazionarsi, socializzare, comunicare, grazie a tecniche e giochi per fare gruppo. Che si debba ricorrere a strategie per stringere relazioni coi simili è cosa che un po’ fa ridere e anche piangere.

Non è che forse stiamo perdendo in umanità se abbiamo bisogno di artifici per essere uomini? Non converrebbe cercare di essere originali e appassionati per qualcosa che può essere buono per sé e per gli altri, per veder nascere spontaneamente anche il gioco di squadra?

Ci sono professori che a scuola chiedono sempre, quando si sostiene una posizione o un’idea, che bisogna saper dar ragione delle cose che si pensano e si dicono. Anche questo, a conti fatti, fa città. Ci sono persone che hanno immensa passione per quel che fanno, anche se poi non ti dicono tutto di quello che pensano e credono. Anche questo fa città. Ci sono persone che credono che se costruisci una città dove gli ultimi hanno dignità, allora avrai una città più giusta. Soprattutto questo fa città.

Cosa ci accomuna tutti? La domanda sul senso delle cose. Se ci si pensa bene si scopre che questo interrogativo ce l’hanno tutti. Il problema è che oggi facciamo fatica ad incontrarci intorno a questo tema perché la domanda ci viene spenta, otturata da risposte preconfezionate, usa e getta, parziali.

Siamo bombardati da risposte e stimoli appaganti ancor prima di poter sentire dentro che abbiamo un interrogativo, una domanda. Non c’è più il tempo che ci fa stare lì in sospeso, lo spazio per le domande, per stare da soli, per perdere tempo o prendercelo per noi stessi, ed annoiarci anche un po’. Una volta era in queste situazioni sospese che la domanda sul come essere felici ci restava dentro e ci rendeva anche inquieti, in assenza di stimoli e di risposte immediate. Ma era una fame che ci faceva crescere! Oggi, attorniate da mille allettanti cose, rischiamo di avere mille risposte e zero domande.

Anche per questo un giro la sera, in silenzio, può fare città.

 

INCONTRO CON L’ARCHITETTO LUCONI

Abbiamo incontrato, nell’ambito del corso sulle professioni, l’Architetto Luconi.

“Pur non avendo le idee chiare, avevo interessi e passioni, che nel corso del percorso di studio si sono affinate. In particolare correlate a ciò che faceva mio papà. Quando ho cominciato a frequentare architettura, ho avuto la possibilità di scegliere il piano studi, e questo ha davvero mosso i miei interessi. Erano i primi anni in cui si aveva la possibilità di studiare all’estero. Per il mio Erasmus scegli la Spagna. La passione è nata iniziando a lavorare negli studi esteri: più cresceva il mio interesse, più crescevano le competenze, focalizzando sempre di più il mio orizzonte.”

Queste le parole dell’architetto Luconi, che ci ha raccontato come il suo futuro professionale sia stato dettato dalla cosa più importante: la passione.

“Se ti trovi a competere con gli appassionati, o sei appassionato tu stesso o verrai superato…
Vuoi fare l’architetto? Quello che fai fallo con passione. Altrimenti non serve.”

Nel vasto campo dell’architettura si è specializzato, diventando progettista, assecondando così la sua vera attitudine.

“L’architetto è un direttore d’orchestra, che non ha competenze specifiche, ma ha la qualità di saper dirigere”

Ci ha raccontato di come l’architetto sia creativo ma nello stesso tempo deve saper sviluppare un processo logico coerente che risolva una complessità. “Quando viene impostato un progetto” ci ha spiegato “non rispondiamo solo ai bisogni del committente o alle regole della progettazione, ma raccontiamo qualcosa, per far sì che la costruzione finale trasmetta un messaggio”.

Insomma, è davvero un ruolo di regia, dove tutti devono remare nella stessa direzione per arrivare al successo. Il gruppo è importantissimo. Lavorare in team aiuta a cogliere le differenze di impostazione di quelli che nel gruppo stesso lavorano: c’è chi realizza il progetto pensando anzitutto all’esito plastico, chi nell’idea, chi nelle condizioni di base e dell’utenza.

“Più che capire il lavoro che vorrete fare, cercate di intuire quale facoltà è attinente alle vostre attitudini.”

Spiegando da vicino il lavoro di architetto ci ha sottolineato come nel tempo è cambiato il titolo. Prima raggiungere il titolo di architetto era motivo di qualità competitiva raggiunta. Oggi invece non basta. L’architetto lavora solo se c’è il committente, e la scelta di quest’ultimo ricade sulle figure che spiccano per la propria qualità professionale. Non serve quindi solo la disciplina, ma è necessario imparare a raccontare il proprio lavoro, farsi conoscere, creare una rete, inventarsi un lavoro e trovare le giuste occasioni. Il mondo  oggi è talmente vario che non serve trovare un lavoro, la sfida è tenerselo e in caso, inventarselo.

“Ogni giorno il mio lavoro è da adattare”

Come in ogni mestiere esistono delle regole: conoscerle è un vantaggio ma ciò che conta è l’interesse alla soluzione. Per fare questo bisogna sempre crearsi delle opportunità e occasioni di lavoro.

“Cerchiamo di partecipare e concorsi e iniziative per poter avere maggiore valore espositivo, momenti che ci permettono di cogliere le occasione di lavoro”

Nel suo discorso cita anche l’importanza della curiosità “quando tratti un tema devi avere curiosità per fratti domande e trovare qualcuno che ne sa più di te, per poi mettere insieme le informazioni in un unica progettualità”.

Insomma, in questo interessante incontro abbiamo capito che il lavoro dell’architetto non è solo studio ma presuppone anche una forte competenza di gestione del cliente, di interpretazione anche del non-detto, ricordando che il lavoro poi resta e contribuisce in maniera significativa alla definizione dell’ambiente.

PER INFORMAZIONI

Per iscriversi inviare una mail a segreteria@collegiovolta.it
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